Altri prima di noi hanno pensato quello che noi abbiamo pensato e detto quello che volevamo dire. A volte lo hanno detto meglio. Il più delle volte non lo sapremo mai.
"Care memorie" , il primo libro del Labirinto del mondo di Marguerite Yourcenar, fu regalato da me ad A.C. , che sarebbe divenuta mia suocera, intorno al 1981. Ha una sopracoperta molto bella: si vede la scrittrice anziana in una foto in bianco e nero, seduta sulle rocce dell'isola di Mount Desert. Indossa un grembiule di cotone e uno scialle che oggi definiremmo folk. L'eleganza semplice e la posa che ricorda una statua parlano della tessitura magnifica che è scrivere. So di certo che questa foto determinò la scelta del libro. Allora non l'avevo letto, e non lo lessi poi, quando i libri di A., morta di cancro nel marzo del 2005, entrarono nella mia biblioteca.
Eppure le pagine 177-78 erano già là: pensieri identici che sono restati gli uni accanto agli altri, come viaggiatori che ignorano di viaggiare sullo stesso treno.
Il treno corre.
Muore A., nel marzo del 2005. Riprendo allora il bel volume in mano.
Adesso ho tre ragioni per leggerlo. La fotografia della signora sulla scogliera (che al tempo del dono ancora viveva); il ricordo del regalo fatto senza saperne il contenuto; la possibilità di riportare in vita almeno qualcuno dei pensieri di A. nelle lunghe notti che passava a leggere nel letto in cui la vedrò spegnersi.
Di Octave Pirmez, scrittore belga, non sapremmo nulla se nella sua discendenza non fosse apparsa Marguerite de Crayencourt. Marguerite, divenuta Yourcenar, lo evoca così.
(E così un uomo che corre a Milano in zona San Siro intorno al 2005 e un letterato dell'ottocento che visse isolato nella campagna dell'Hainaut si scoprono inspiegabilmente uniti intorno al novembre 2008.)
"Care memorie", pag.177 -78: "Le passeggiate per campi e per boschi, la compagnia non solo dei suoi cani, ma di volpacchiotti e di un cinghiale addomesticato, lo spettacolo delle stagioni più inestricabilmente confuse le une con le altre di quanto creda l'uomo delle città, la primavera già avvertita nel cuore dell'inverno, l'inverno subdolamente in agguato nell'estate, l'hanno aiutato a poco a poco a progredire in quella sintassi delle forme, in quelle frasi di un discorso eterno".
venerdì 2 gennaio 2009
martedì 16 dicembre 2008
La corsa
Uno di questi giorni ha corso lungo il giro che fa da anni: uscire dal cancello che dà sulla via più deserta, raggiungere lo stadio, costeggiarlo per tutto il suo perimetro, rientrare a casa dalla parte opposta. Ma gli sembra di confondersi. Non che non riconosca strade svolte isolati, sarebbe impossibile. L’anomalia si è insinuata nelle pieghe tempo. Sono le stagioni che, mentre si avvia con un passo poco impegnativo, si sono piegate l'una sull'altra come nelle ere geologiche vicine al caos, quando tutto era uno, senza differenze.
Dello stesso giro conserva memoria in ogni epoca dell’anno, con ogni condizione di luce.
In primavera, quando la bambina era appena nata e correre era un modo per festeggiarla, con l’accompagnamento dei merli che già fischiavano in quel modo lungo e modulato che segna la fine del gelo. E lei, assopita nella culla di giunco intrecciato, gli dava l'immagine di una perfezione di vita mai più ripetibile.
Dell'estate ricorda, ai lati del percorso mattutino, l'ultima aria fresca prima che cali l’afa. Dai giardini delle case, in autunno, gli viene la presenza della terra che avverte nera e profonda. Il suo esalare, mentre il corridore passa, ha il sentore che annuncia la lunga processione delle nebbie, gli strati dormienti, l'anestesia senza certezza di risveglio. Per questo la corsa invernale è la più concentrata e sofferta, avviene tutta nel pensiero e la devi immaginare prima. Vederti lungo il bastione ghiacciato mentre sfili sotto i lampioni, vivere tutto in sogno tenendo gli occhi chiusi fino in fondo.
Per ogni corsa, ha la stessa frase. Da ripetere a se stesso con sole o con gelo, al ritmo del respiro: “Je suis jeune, je suis encore jeune”. Appartiene a un personaggio di Camus che ricorda dal liceo: un uomo, diceva il racconto, che lo sport aveva messo a suo agio dentro un corpo piccolo e ben costruito.
Ma oggi le stagioni - certezza che né la fine dell’infanzia, né la vita in città sono riusciti a intaccare - escono dal loro antico ordine di bassorilievo. Mentre inala un inizio di nebbia, annusa il vuoto che sta costeggiando. Al di là potrebbero esserci indifferentemente i platani nella luce che cade e la ruggine di foglie a marcire per terra. I numeri fatali accesi alti sulla prua dei tram nella lunga notte invernale. Oppure la rinascita promessa, le gemme fuori dalla scorza nera, la vita che sarà, gli angoli di antiche vie carbonose e il chiosco che marzo e aprile ravvivano di fiori esposti sull’angolo. Il tempo tutto vissuto, tutto richiamabile.
I due ragazzi compaiono davanti a lui alla curva nord dello stadio, tenendosi per mano. Pensa che è difficile vederne andare a scuola così presto. Li supera, proprio mentre lei si è fermata e guarda in su tra le travature aeree tutte risuonanti di uccelli.
E la voce innamorata gli arriva alle scapole come l'asta profetizzata che inchiodava i guerrieri nell’epica:
"Che cosa vuoi fare, oggi?"
In quel punto sa che la corsa è finita.
Milano, circa 2005
Uno di questi giorni ha corso lungo il giro che fa da anni: uscire dal cancello che dà sulla via più deserta, raggiungere lo stadio, costeggiarlo per tutto il suo perimetro, rientrare a casa dalla parte opposta. Ma gli sembra di confondersi. Non che non riconosca strade svolte isolati, sarebbe impossibile. L’anomalia si è insinuata nelle pieghe tempo. Sono le stagioni che, mentre si avvia con un passo poco impegnativo, si sono piegate l'una sull'altra come nelle ere geologiche vicine al caos, quando tutto era uno, senza differenze.
Dello stesso giro conserva memoria in ogni epoca dell’anno, con ogni condizione di luce.
In primavera, quando la bambina era appena nata e correre era un modo per festeggiarla, con l’accompagnamento dei merli che già fischiavano in quel modo lungo e modulato che segna la fine del gelo. E lei, assopita nella culla di giunco intrecciato, gli dava l'immagine di una perfezione di vita mai più ripetibile.
Dell'estate ricorda, ai lati del percorso mattutino, l'ultima aria fresca prima che cali l’afa. Dai giardini delle case, in autunno, gli viene la presenza della terra che avverte nera e profonda. Il suo esalare, mentre il corridore passa, ha il sentore che annuncia la lunga processione delle nebbie, gli strati dormienti, l'anestesia senza certezza di risveglio. Per questo la corsa invernale è la più concentrata e sofferta, avviene tutta nel pensiero e la devi immaginare prima. Vederti lungo il bastione ghiacciato mentre sfili sotto i lampioni, vivere tutto in sogno tenendo gli occhi chiusi fino in fondo.
Per ogni corsa, ha la stessa frase. Da ripetere a se stesso con sole o con gelo, al ritmo del respiro: “Je suis jeune, je suis encore jeune”. Appartiene a un personaggio di Camus che ricorda dal liceo: un uomo, diceva il racconto, che lo sport aveva messo a suo agio dentro un corpo piccolo e ben costruito.
Ma oggi le stagioni - certezza che né la fine dell’infanzia, né la vita in città sono riusciti a intaccare - escono dal loro antico ordine di bassorilievo. Mentre inala un inizio di nebbia, annusa il vuoto che sta costeggiando. Al di là potrebbero esserci indifferentemente i platani nella luce che cade e la ruggine di foglie a marcire per terra. I numeri fatali accesi alti sulla prua dei tram nella lunga notte invernale. Oppure la rinascita promessa, le gemme fuori dalla scorza nera, la vita che sarà, gli angoli di antiche vie carbonose e il chiosco che marzo e aprile ravvivano di fiori esposti sull’angolo. Il tempo tutto vissuto, tutto richiamabile.
I due ragazzi compaiono davanti a lui alla curva nord dello stadio, tenendosi per mano. Pensa che è difficile vederne andare a scuola così presto. Li supera, proprio mentre lei si è fermata e guarda in su tra le travature aeree tutte risuonanti di uccelli.
E la voce innamorata gli arriva alle scapole come l'asta profetizzata che inchiodava i guerrieri nell’epica:
"Che cosa vuoi fare, oggi?"
In quel punto sa che la corsa è finita.
Milano, circa 2005
martedì 11 novembre 2008
Per il cane Lola
Sarà lieve cadere se una nube
giapponese
divide il Monte Bianco dal cortile.
Come di un cane di casa che non c'è più
risorgeremo
nel "cave" affisso e nei chiodi,
nella frasca di pino recisa.
L'ora che scioglie la neve goccia a goccia
dal tetto, noi sbiadisce. Noi siamo il ticchettare
lieve,
il sole chiaro, la gronda.
(gennaio 2004)
Sarà lieve cadere se una nube
giapponese
divide il Monte Bianco dal cortile.
Come di un cane di casa che non c'è più
risorgeremo
nel "cave" affisso e nei chiodi,
nella frasca di pino recisa.
L'ora che scioglie la neve goccia a goccia
dal tetto, noi sbiadisce. Noi siamo il ticchettare
lieve,
il sole chiaro, la gronda.
(gennaio 2004)
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